Recensione a D. Cooper, Utopie quotidiane. Il potere concettuale degli spazi sociali inventivi, Edizioni ETS 2016

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RECENSIONI / Giorgio Astone /


Davina Cooper - Utopie quotidiane

Non è chiaro se sia lecito al giorno d‘oggi parlare di un‘immaginaria virtù quale il coraggio accademico. Certo è che, se una simile qualità andasse riconosciuta ad un lavoro pubblicato, da una lettura intenzionalmente ‚filosofica‘ di Everyday Utopias: The Conceptual Life of Promising Spaces (2013) di Davina Cooper sarebbe possibile riconoscerne alcuni tratti. La direttrice del centro di ricerca AHRC (Arts & Humanities Research Council) dell‘università di Kent propone un lavoro di natura sociologico-filosofica imperniato sul ripensamento del concetto di ‚utopia‘, oltre che al valore potenziale del ‚concettuale‘ rispetto al ‚reale‘ per nuove linee di politica trasformativa ed un mélange sicuramente originale di critiche possibili rispetto ad una visione ‚classica‘ dell‘utopico; il lavoro della Cooper deve la sua forza ad un aspetto non totalmente ascrivibile ad un‘attenta teoresi o, in opposizione, ad una presentazione di dati per avvalorare determinate posizioni: le osservazioni sul campo, al limite dell‘annotazione etnografica, e l‘ampia gamma di esperienze e di interviste ricavate da un lavoro di sociologia qualitativa svoltosi in più di dieci anni di ricerca, garantiscono al testo preso in esame una certa audacia ed una partecipazione vissuta rispetto all‘argomento trattato. Il saggio prende in considerazione sei realtà, assunte come potenziali spunti per l‘attuazione di politiche trasformative nel presente e all‘interno delle quali, a parere dell‘autrice, agisce un retroscena ‚utopico‘: l‘aspetto organizzativo del governo inglese a seguito dell‘Equality Act nel 2010, le idee che sorreggono il nudismo pubblico in sue diverse manifestazioni, la collettività di partecipanti di un bagno turco canadese aperto a lesbiche e transgender (il Toronto Women‘s and Trans Bathhouse), il sistema di scambio locale alternativo dei LETS (Local Exchange Trading Schemes) nel suolo britannico, la comunità scolastica della Summerhill School e la sua policy ‚autogestionale‘ ed i meccanismi di libero circolo di idee attuato nel celebre Speaker‘s Corner di Hyde Park.

Per una breve disamina è possibile fare l‘esempio del primo sito sotto analisi, ovvero le politiche per incoraggiare l‘eguaglianza rispetto a categorie discriminate messe in atto durante l‘amministrazione Blair, in particolar modo fra il 2009 e il 2010. La sociologa inglese esamina i documenti ufficiali scaturiti dall‘Equality Bill e dall‘Equality Act per mettere in luce come la metafora aptica fosse centrale nel tentare di esprimere alcuni obiettivi governativi: è possibile parlare di iniziative che mirino ad un ‚tocco statale‘, diverso da quello coercitivo e disciplinare? La nozione di tatto viene permutata dalla sua articolazione fenomenologica in Paterson (The Senses of Touch, 2007) e, a parere dell‘autrice, è possibile trovare tracce d‘un nuovo orientamento della politica nelle espressioni idiomatiche utilizzate nei documenti ufficiali del governo inglese. Nel relazionarsi a categorie sociali per le quali è richiesta una differente ‚sensibilità‘ (disabili, orientamenti sessuali differenti, minoranze razziali), «i rapporti ufficiali si riferiscono ripetutamente a termini ed espressioni come tocco leggero, difficile da afferrare, abbracciare, sbloccare, promuovere, barriere, trattamento, bilanciamento, affrontare, come anche arm’s length bodies e dare un assaggio della vita lavorativa» (p. 88). Per quanto l‘inserimento delle qualità sensibili e l‘esperienza del ‚difficile da toccare‘ possa implicare le scaturigini d‘una nuova modalità relazionale fra potere e cittadini, la Cooper si rivela perplessa e critica in molti aspetti: in particolar modo tale tendenza al ‚tocco‘ rimane imbrigliata nella diade Stato/altro, non divenendo sufficientemente enterocettiva (p. 93) e rimanendo parte d‘un progetto di ‚geometria statica‘ di mappatura del controllo lato sensu, trattando «le caratteristiche protette del genere, della razza, dell‘orientamento sessuale e così via, come separati, forme contigue che potevano essere assemblate per dare luogo a un intero» (pp. 94-95).

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