EDITORIALE / di Cristina Basili, Antonio Gómez Ramos, Federica Pezzoli
Scopo di questo numero è quello di interrogarci sull’importanza che l’emotional turn riveste nella filosofia politica contemporanea. Il compito che si pone oggi allo storico del pensiero, in effetti, è quello di comprendere le ragioni per cui, nell’epoca del capitalismo globalizzato, la freddezza del calcolo statistico che regge il governo neoliberale abbia progressivamente dato adito a una rinnovata attenzione nei confronti della componente passionale della condizione umana. Dal successo popolare riscosso dalle differenti speculazioni sull’«intelligenza emotiva», intesa come alternativa alla moderna razionalità strumentale, sino ai recenti sviluppi delle neuroscienze, che sottolineano sempre più il ruolo dell’affettività nella formazione della coscienza e della soggettività, le emozioni si sono trasformate nell’oggetto privilegiato di un ampio spettro di discipline. La filosofia politica ha risentito di questo fenomeno con la stessa intensità sia nelle sue posizioni tradizionalmente liberali sia in quelle più radicali, volte a sollecitare criticamente l’eredità illuministica e democratica.